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Il peso del silenzio

IL PESO DEL SILENZIO 

“È troppo piccolo per dirglielo”, “Non voglio che soffra quanto ho sofferto io”.

Sono frasi che qualsiasi mamma potrebbe dire, pensando di proteggere il proprio figlio. Ma siamo sicuri che sia la cosa giusta? Chiediamoci che effetto ha questo comportamento su un bambino.

Nella vita di una persona accadono talvolta eventi dolorosi e difficili da accettare che possono rimanere irrisolti, diventando così questioni emotivamente importanti. Se, nel corso degli anni, non si ha la possibilità di  analizzare tali eventi e di integrarli nella propria personale storia, essi possono condizionare il modo di rapportarsi alle situazioni e agli altri.

Non parlandone, ci si illude di non trasmettere alle persone care, in particolare ai bambini, eventi tristemente significativi del proprio passato. Tacendo, si crede di tenere sotto controllo e di arginare i possibili danni di un trauma, ma quello che si fatica a credere è che questo continua ad essere presente e attivo nel mondo delle emozioni. Il trauma parla nel silenzio.

Sono situazioni in cui il bambino percepisce che la propria madre è in ansia o è preoccupata, nonostante faccia di tutto per negarlo (anche a se stessa). E il bambino sente di non potersi fidare completamente; penserà: “se la mamma non è serena è una situazione da temere”. Ma il punto sta nella domanda che successivamente il bambino si pone spontaneamente: “Perché?”. E il bambino non ha risposta a questa domanda perché la mamma gli ha taciuto, in apparenza per amore, parti significative della storia personale e familiare. Ed ecco che il circolo vizioso è innescato: la stessa situazione che la mamma ha temuto da piccola ora è temuta anche dal figlio, ma al figlio è negata la possibilità di rintracciare l’origine di tutto ciò. Sarà confuso e disorientato rispetto alle sue emozioni.

Quello di cui spesso non ci si rende conto è che nascondere fatti dolorosi ai propri figli non è un modo per proteggerli, ma è un modo per esporli molto di più ad una futura sofferenza e insicurezza.

Un bambino è capace di accettare una realtà, pur dolorosa, se gli viene rivelata in modo rispettoso e accogliente verso i suoi sentimenti con un linguaggio consono alla sua età. L’importante è che non venga lasciato da solo ad affrontare mostri più grandi di lui. È proprio l’essere lasciato emotivamente da solo che lo disorienta e lo fa stare male.

Ovviamente la capacità dei genitori di comunicare ai figli in modo appropriato fatti dolorosi e ancora vivi nei propri ricordi ha un grande e non scontato presupposto alla base: l’adulto deve essere riuscito ad affrontare il proprio “trauma” in modo da non negarlo a se stesso. La comunicazione al figlio, che rimane comunque dolorosa e difficile,  è possibile solo se il genitore ha chiaro cosa e quali sentimenti sta comunicando.

neonati digitali

NEONATI DIGITALI?

“Grazie al tablet si calma”, “basta fargli guardare un video ed è felice”.

Spesso sentiamo pronunciare frasi di questo tipo, come se tablet e cellulare potessero tenere compagnia ai bambini e addirittura renderli sereni.

Ma ne siamo proprio sicuri?

Ormai i bambini, già da neonati, hanno la possibilità di stare davanti ad uno schermo per ascoltare canzoncine e vedere cartoni animati.

Ma se pensiamo allo sviluppo di un neonato nei primi mesi di vita, sappiamo che per crescere è fondamentale sperimentare in prima persona: toccare gli oggetti, metterli in bocca, manipolarli, in pratica farli propri. Questa esperienza così complessa non è possibile nel corso di una visione passiva di un video e il bambino non può così sperimentare la sensazione di poter agire sul mondo.

Ma c’è di più.

Il senso di Sé si forma soprattutto nel rapporto con l’altro. L’immagine che il neonato inizia ad avere di se stesso si costruisce proprio a partire dalla relazione con gli altri significativi e, più precisamente, a partire dall’immagine che questi altri gli rimandano.

Lo psicanalista Winnicott dice chiaramente (in “Gioco e realtà”, 1971) che il meccanismo del rispecchiamento è un meccanismo psicologico fondamentale nella formazione della propria identità. Egli sostiene che “il precursore dello specchio è la faccia della madre”.

Il bambino guarda la madre e dagli occhi di lei riceve in cambio l’immagine di se stesso: ecco il nucleo del Sé.

Questa funzione importantissima e delicatissima della madre non è assolutamente sostituibile da un tablet. Qualsiasi apparecchio tecnologico non restituisce alcuna immagine di sé al bambino. Mentre guarda passivamente uno schermo il bambino è solo con se stesso, con le proprie emozioni. Non può fare affidamento sul volto della madre che accoglie, contiene e restituisce il significato di ciò che lui prova in quel momento. Di fronte ad uno schermo il bambino percepisce uno scorrere rapido di immagini, di colori e di suoni ad una intensità superiore rispetto alle stimolazioni abituali della sua vita quotidiana. Questa iperstimolazione potrebbe fargli provare emozioni forti che non è ancora in grado di contenere e comprendere da solo.

La relazione con la madre e in generale con altre persone permette al bambino di vedere accolte le proprie emozioni e i propri pensieri: impara così a conoscersi. Sviluppa la sua identità, le sue capacità relazionali, emotive e intellettuali.

Lo SCHERMO invece impedisce al bambino di dover affrontare la fatica che comporta l’entrare in relazione con un altro essere umano, provare a comunicare con lui, a mettere in gioco ciò che si prova e si pensa. Solo quando è in una relazione significativa il bambino può sperimentare la sintonizzazione con l’altro e sentire valorizzate e amplificate le esperienze positive e ridotte e contenute le esperienze negative.

Non dobbiamo dimenticare anche un altro aspetto importante per l’apprendimento e la crescita di un bambino: la noia. Spesso si tende a riempire qualsiasi momento vuoto della vita dei bambini, già a partire dai primi mesi. Invece, proprio nei momenti di noia, di assenza di stimoli possono nascere i primi pensieri di un bambino. Un oggetto esterno, come uno schermo, può facilmente riempire il vuoto interno, ma al tempo stesso impedisce di sostare, anche solo per poco tempo, sull’ascolto di quel vuoto, delle emozioni provate in quel momento. Questa riflessione continua ad essere valida in tutti gli altri momenti della vita: spesso per un adolescente è più facile rifugiarsi nel proprio smartphone invece di provare a sintonizzarsi sulle proprie emozioni e provare a condividerle con altri.
In un mondo che vede il moltiplicarsi degli schermi attorno a noi è importante ribadire, sin dai primi mesi di vita, che è la relazione con gli altri che permette di crescere.

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Gli errori che fanno crescere

GLI ERRORI CHE FANNO CRESCERE 

 

“Dei genitori saggi permettono ai loro bambini di sbagliare. È un bene che si brucino le dita ogni tanto.”

GANDHI

Spesso con l’intento di essere d’aiuto a qualcuno si fa di tutto per facilitargli le cose, soprattutto quando si è di fronte ai bambini. Questo atteggiamento è necessario per far acquisire le diverse competenze ai bambini con gradualità nel tempo. La mamma aiuta il figlio a reggersi sulle gambe, tiene le manine per fargli muovere i primi passi e poi lo accompagna con una mano sola, e via dicendo. E tutte le volte che cade lo aiuta a rialzarsi. Se la mamma non gli lasciasse mai la mano sicuramente non cadrebbe mai, ma non imparerebbe nemmeno a camminare.

Fermiamoci a riflettere su quali possono essere le conseguenze di voler evitare al figlio qualsiasi tipo di “caduta”. Al bambino viene negata la possibilità di sperimentare l’errore che invece rappresenta un passaggio fondamentale per l’apprendimento. Oltre a lasciar sperimentare l’errore, è fondamentale anche insegnare ad affrontarlo: niente tragedie e niente colpe attribuite a persone (“è stato tuo fratello che…”) o a cose (“tavolo cattivo”). Viene da chiedersi perché tanti genitori oggi facciano fatica ad accettare che il proprio figlio possa imparare anche attraverso l’errore. Tra i tanti fattori personali e sociali che qui entrano in gioco, uno piuttosto rilevante è costituito dalle esagerate aspettative che i genitori nutrono rispetto ai propri figli. Se infatti pensiamo che nelle famiglie numerose di una volta ogni figlio aveva una sua personale caratteristica, uno era bravo a scuola, l’altro nello sport, ecc., nelle famiglie di oggi il figlio (che spesso è l’unico) sente concentrate su di sé tutte queste aspettative. C’è da considerare anche l’ansia da prestazione che il bambino è costretto a provare data l’aspettativa di “genialità” e “precocità” che nutrono i suoi genitori. Purtroppo questo atteggiamento non porterà il bambino ad esprimere serenamente il suo potenziale, ma sarà un ragazzo impacciato e un adulto imbranato ed infelice perché, oltre tutto, inconsapevolmente sa di aver deluso le aspettative.

Facilitando troppo la crescita ai figli si rischia di trasmettere loro un messaggio di sfiducia rispetto alle loro capacità. Ed ecco che viene intaccata l’autostima e viene negata la gratificazione che deriva dall’essere riusciti a superare un ostacolo da soli.

Certamente per superare un ostacolo bisogna fare fatica. Tanti genitori oggi tengono lontani i loro figli da qualsiasi tipo di sacrificio. Ma nella vita, prima o poi, si troveranno faccia a faccia con il sacrificio e ne avranno paura, perché non lo hanno mai conosciuto. E allora ecco che da adolescenti rifiuteranno la scuola, lo sport, il volontariato perché non rappresentano un mondo che è a completa disposizione dei loro desideri.

Per poter crescere felici bisogna saper accettare che non possiamo plasmare la realtà a nostro piacimento. Occorre vedere e sperimentare i propri limiti e i limiti della realtà, rinunciando all’idea di essere onnipotenti.