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NEONATI DIGITALI?

“Grazie al tablet si calma”, “basta fargli guardare un video ed è felice”.

Spesso sentiamo pronunciare frasi di questo tipo, come se tablet e cellulare potessero tenere compagnia ai bambini e addirittura renderli sereni.

Ma ne siamo proprio sicuri?

Ormai i bambini, già da neonati, hanno la possibilità di stare davanti ad uno schermo per ascoltare canzoncine e vedere cartoni animati.

Ma se pensiamo allo sviluppo di un neonato nei primi mesi di vita, sappiamo che per crescere è fondamentale sperimentare in prima persona: toccare gli oggetti, metterli in bocca, manipolarli, in pratica farli propri. Questa esperienza così complessa non è possibile nel corso di una visione passiva di un video e il bambino non può così sperimentare la sensazione di poter agire sul mondo.

Ma c’è di più.

Il senso di Sé si forma soprattutto nel rapporto con l’altro. L’immagine che il neonato inizia ad avere di se stesso si costruisce proprio a partire dalla relazione con gli altri significativi e, più precisamente, a partire dall’immagine che questi altri gli rimandano.

Lo psicanalista Winnicott dice chiaramente (in “Gioco e realtà”, 1971) che il meccanismo del rispecchiamento è un meccanismo psicologico fondamentale nella formazione della propria identità. Egli sostiene che “il precursore dello specchio è la faccia della madre”.

Il bambino guarda la madre e dagli occhi di lei riceve in cambio l’immagine di se stesso: ecco il nucleo del Sé.

Questa funzione importantissima e delicatissima della madre non è assolutamente sostituibile da un tablet. Qualsiasi apparecchio tecnologico non restituisce alcuna immagine di sé al bambino. Mentre guarda passivamente uno schermo il bambino è solo con se stesso, con le proprie emozioni. Non può fare affidamento sul volto della madre che accoglie, contiene e restituisce il significato di ciò che lui prova in quel momento. Di fronte ad uno schermo il bambino percepisce uno scorrere rapido di immagini, di colori e di suoni ad una intensità superiore rispetto alle stimolazioni abituali della sua vita quotidiana. Questa iperstimolazione potrebbe fargli provare emozioni forti che non è ancora in grado di contenere e comprendere da solo.

La relazione con la madre e in generale con altre persone permette al bambino di vedere accolte le proprie emozioni e i propri pensieri: impara così a conoscersi. Sviluppa la sua identità, le sue capacità relazionali, emotive e intellettuali.

Lo SCHERMO invece impedisce al bambino di dover affrontare la fatica che comporta l’entrare in relazione con un altro essere umano, provare a comunicare con lui, a mettere in gioco ciò che si prova e si pensa. Solo quando è in una relazione significativa il bambino può sperimentare la sintonizzazione con l’altro e sentire valorizzate e amplificate le esperienze positive e ridotte e contenute le esperienze negative.

Non dobbiamo dimenticare anche un altro aspetto importante per l’apprendimento e la crescita di un bambino: la noia. Spesso si tende a riempire qualsiasi momento vuoto della vita dei bambini, già a partire dai primi mesi. Invece, proprio nei momenti di noia, di assenza di stimoli possono nascere i primi pensieri di un bambino. Un oggetto esterno, come uno schermo, può facilmente riempire il vuoto interno, ma al tempo stesso impedisce di sostare, anche solo per poco tempo, sull’ascolto di quel vuoto, delle emozioni provate in quel momento. Questa riflessione continua ad essere valida in tutti gli altri momenti della vita: spesso per un adolescente è più facile rifugiarsi nel proprio smartphone invece di provare a sintonizzarsi sulle proprie emozioni e provare a condividerle con altri.
In un mondo che vede il moltiplicarsi degli schermi attorno a noi è importante ribadire, sin dai primi mesi di vita, che è la relazione con gli altri che permette di crescere.

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Un adolescente in famiglia

UN ADOLESCENTE IN FAMIGLIA 

 

    Quando un figlio diventa adolescente ha inizio un lungo e articolato “processo di negoziazione”. È un periodo della vita in cui le modalità di funzionamento che si era soliti adottare risultano inadeguate e devono essere riorganizzate attraverso nuovi processi di adattamento. È proprio quando i figli sono adolescenti che

 “[…] la famiglia si trova a dover «sincronizzare» due movimenti antagonisti che si presentano con forte intensità: la tendenza del sistema all’unità, al mantenimento dei legami affettivi e del senso di appartenenza da un lato, la spinta verso la differenziazione e l’autonomia dei singoli membri dall’altro.” (Cicognani, Zani, 2003, pag. 20)

      Per questi motivi l’adolescenza può essere considerato un momento di “crisi” potenziale per gli equilibri familiari.

Ecco che, a partire da quest’ottica, il processo di separazione interessa non solo l’adolescente, ma anche i genitori. Essi devono riuscire a incoraggiare l’autonomia e l’indipendenza dei figli, mantenendo una certa flessibilità nel grado di controllo che desiderano ancora mantenere sui di loro.

In tal modo possiamo definire l’adolescenza una “impresa evolutiva congiunta”.

     Un altro aspetto evidente in una famiglia con figli adolescenti è la crescente differenza negli atteggiamenti e nei valori. Il gap diventa più evidente riguardo a questioni di stili di abbigliamento, preferenze musicali e modi per trascorrere il tempo libero, ma rimangono condivisi i valori e le credenze riguardanti l’importanza del lavoro, dell’educazione e delle caratteristiche di personalità ritenute desiderabili. I genitori rimangono, quindi, un punto di riferimento importante per i ragazzi, nonostante l’evidente influenza del gruppo dei pari. I giovani ricercano ancora protezione e sostegno in famiglia per far fronte ai vissuti di ansia e tensione.

     Tale bisogno di sicurezza non esclude però un altro bisogno forte e indispensabile per un corretto sviluppo: il bisogno di autonomia.

    L’acquisizione dell’autonomia emozionale è un processo lungo e non necessariamente lineare. È grazie all’acquisizione di tale autonomia che gli adolescenti acquisiscono la capacità di fare affidamento sulle proprie risorse, senza lasciarne la responsabilità ai propri genitori.

     L’acquisizione dell’autonomia emozionale viene favorita da relazioni familiari che valorizzano sia l’individuazione sia la vicinanza affettiva. L’inibizione dell’individuazione produce ansia e depressione nei figli, mentre un basso livello di coesione familiare conduce maggiormente a comportamenti problematici da parte degli adolescenti.

     L’autonomia comportamentale viene acquisita nel momento in cui il ragazzo è capace di valutare le diverse alternative di azione in una determinata situazione, decidere quale è il comportamento più appropriato al momento e rivolgersi a qualcuno per essere consigliato. Le aumentate abilità cognitive migliorano la capacità dell’adolescente di prendere decisioni in modo autonomo, allargando sempre più gli ambiti in cui desidererebbe decidere da sé. Ecco che hanno inizio le divergenze tra genitori e figli rispetto alla legittimità dell’autorità genitoriale. Tali conflitti possono innescare dei processi funzionali di negoziazione nel momento in cui avvengono in un contesto familiare caloroso e supportivo.

     L’autonomia nei valori viene essere acquisita più tardi (verso i 18-20 anni), rispetto alle altre due e pertanto sembra essere incoraggiata dal loro sviluppo. L’aumento delle capacità di ragionamento e delle capacità del pensiero astratto fanno sorgere nel ragazzo un interesse maggiore per questioni ideologiche, anche perché ora egli risulta più attrezzato per affrontarle. Per di più, la distanza emotiva acquisita rispetto ai genitori aiuta gli adolescenti a rivalutare alcune idee e alcuni valori trasmessi dalla famiglia e accettati in modo acritico durante l’infanzia.

      È facile intuire che queste dinamiche possono condurre a conflitti tra le generazioni. Ma è sempre vero che una famiglia con figli adolescenti è in costante conflitto? 

     Nonostante le credenze ancora diffuse “le lotte familiari frequenti e accese non sono comuni durante l’adolescenza” (Cicognani, Zani, 2003, pag. 101). Tuttavia, un certo livello di conflittualità è comunque presente e, in particolare con l’aumentare dell’età sembra vi sia una diminuzione della frequenza dei conflitti, ma un aumento della loro intensità.

     Inoltre è stata rilevata la presenza di una maggiore conflittualità con la madre, probabilmente dovuta anche alla maggiore intensità delle comunicazioni con la figura materna.

          È però necessario evidenziare che il conflitto tra le generazioni e la sua successiva risoluzione sono funzionali allo sviluppo dell’adolescente, anzi sono un compito obbligato per l’adolescente. Senza tale conflitto non si produrrebbe nessuna ristrutturazione psichica dell’adolescente. Il conflitto tra le generazioni è quindi necessario per un corretto sviluppo del Sé. 

     Ovviamente il conflitto evolutivo è sempre accompagnato da forti emozioni, soprattutto di ansia e di depressione, che l’adolescente saprà sopportare solo se avrà già acquisito le capacità di tollerare e gestire nel corso degli anni precedenti.


Riferimento bibliografico

Cicognani, E., Zani, B. (2003), Genitori e adolescenti, Carocci Editore, Roma

Gli errori che fanno crescere

GLI ERRORI CHE FANNO CRESCERE 

 

“Dei genitori saggi permettono ai loro bambini di sbagliare. È un bene che si brucino le dita ogni tanto.”

GANDHI

Spesso con l’intento di essere d’aiuto a qualcuno si fa di tutto per facilitargli le cose, soprattutto quando si è di fronte ai bambini. Questo atteggiamento è necessario per far acquisire le diverse competenze ai bambini con gradualità nel tempo. La mamma aiuta il figlio a reggersi sulle gambe, tiene le manine per fargli muovere i primi passi e poi lo accompagna con una mano sola, e via dicendo. E tutte le volte che cade lo aiuta a rialzarsi. Se la mamma non gli lasciasse mai la mano sicuramente non cadrebbe mai, ma non imparerebbe nemmeno a camminare.

Fermiamoci a riflettere su quali possono essere le conseguenze di voler evitare al figlio qualsiasi tipo di “caduta”. Al bambino viene negata la possibilità di sperimentare l’errore che invece rappresenta un passaggio fondamentale per l’apprendimento. Oltre a lasciar sperimentare l’errore, è fondamentale anche insegnare ad affrontarlo: niente tragedie e niente colpe attribuite a persone (“è stato tuo fratello che…”) o a cose (“tavolo cattivo”). Viene da chiedersi perché tanti genitori oggi facciano fatica ad accettare che il proprio figlio possa imparare anche attraverso l’errore. Tra i tanti fattori personali e sociali che qui entrano in gioco, uno piuttosto rilevante è costituito dalle esagerate aspettative che i genitori nutrono rispetto ai propri figli. Se infatti pensiamo che nelle famiglie numerose di una volta ogni figlio aveva una sua personale caratteristica, uno era bravo a scuola, l’altro nello sport, ecc., nelle famiglie di oggi il figlio (che spesso è l’unico) sente concentrate su di sé tutte queste aspettative. C’è da considerare anche l’ansia da prestazione che il bambino è costretto a provare data l’aspettativa di “genialità” e “precocità” che nutrono i suoi genitori. Purtroppo questo atteggiamento non porterà il bambino ad esprimere serenamente il suo potenziale, ma sarà un ragazzo impacciato e un adulto imbranato ed infelice perché, oltre tutto, inconsapevolmente sa di aver deluso le aspettative.

Facilitando troppo la crescita ai figli si rischia di trasmettere loro un messaggio di sfiducia rispetto alle loro capacità. Ed ecco che viene intaccata l’autostima e viene negata la gratificazione che deriva dall’essere riusciti a superare un ostacolo da soli.

Certamente per superare un ostacolo bisogna fare fatica. Tanti genitori oggi tengono lontani i loro figli da qualsiasi tipo di sacrificio. Ma nella vita, prima o poi, si troveranno faccia a faccia con il sacrificio e ne avranno paura, perché non lo hanno mai conosciuto. E allora ecco che da adolescenti rifiuteranno la scuola, lo sport, il volontariato perché non rappresentano un mondo che è a completa disposizione dei loro desideri.

Per poter crescere felici bisogna saper accettare che non possiamo plasmare la realtà a nostro piacimento. Occorre vedere e sperimentare i propri limiti e i limiti della realtà, rinunciando all’idea di essere onnipotenti.