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LA SINTONIZZAZIONE AFFETTIVA. COSA ACCADE SE VIENE A MANCARE?

Perché di fronte ad un neonato sorridente viene spontaneo spalancare gli occhi e fare enormi sorrisi? O, al contrario, perché si fa la faccia imbronciata se il bambino piange?

Quando ciò accade, l’adulto non sta facendo semplicemente delle facce buffe, ma si sta sintonizzando sulle emozioni del bambino. Questo delicato processo, inizialmente veicolato attraverso le espressioni del viso, i gesti, il tono della voce e le coccole, aiuta il bambino a regolarsi affettivamente.

Cosa significa?

Un neonato prova, attraverso sensazioni corporee, delle emozioni molto forti, confuse e per lui ancora incomprensibili. Ha bisogno innanzitutto di vedere rispecchiate le sue emozioni nel volto della madre. Se la madre è in grado di sintonizzarsi sull’emozione del bambino, egli si sentirà in relazione con un altro essere umano capace di provare le sue stesse emozioni e inizierà così anche a comprendere pian piano i suoi stati emotivi: le sue espressioni vengono accolte e poi restituite dal volto materno. La restituzione dell’emozione al bambino, attraverso l’espressione facciale, il tono di voce, il modo di tenerlo in braccio, aiuta il neonato a regolarsi affettivamente. Potrà, per esempio, leggere negli occhi della madre una comprensione e un ridimensionamento della frustrazione provata mentre aspetta il latte o un’amplificazione della sua gioia per aver ottenuto finalmente ciò che voleva.

In caso contrario, cioè se questo processo di sintonizzazione e di mutua regolazione non avviene, il bambino sperimenterà una sensazione di forte frustrazione e impotenza. Immaginiamo per un momento che il neonato sia alle prese con un nuovo sonaglio colorato, lo afferra e riesce a scuoterlo: percepisce suoni e colori vivaci che producono in lui una sensazione di eccitazione. A quel punto rivolge lo sguardo alla mamma, proprio per condividere con lei quel momento e per cercare una spiegazione di ciò che sta accadendo. Tuttavia la madre lo guarda con una faccia triste o preoccupata: quel volto non rispecchia la sensazione di eccitazione e il bambino va in confusione. L’espressione della sua eccitazione non è accolta, né compresa dalla madre: il messaggio inviato inconsapevolmente al bambino è che ciò che sta provando non è comprensibile, non è giusto e non piace alla mamma. Questo può succedere se la mente della madre è invasa da molte preoccupazioni, che la portano affettivamente lontano, oppure se ha un umore depresso e costantemente fatica a sintonizzarsi con il figlio.

A questo proposito le ricerche di Tronick e il suo esperimento chiamato Still Face, o del Volto Immobile, risultano essere illuminanti. La procedura consiste nel filmare una normale interazione madre-bambino: nel video si può vedere come la madre sia partecipe nella relazione e affettivamente sintonizzata con la sua bambina. Ma cosa succede se la madre improvvisamente interrompe questa sintonizzazione? Tronick lo ha scoperto chiedendo alla madre di interrompere la comunicazione con la figlia, immobilizzando il volto per qualche minuto.

Cosa succede alla piccola?

La bambina, abituata ad una relazione di scambio affettivo reciproco, rimane sconcertata dal volto impassibile della madre e mette subito in atto meccanismi di autoconsolazione che comunque non possono essere sufficienti a compensare la frustrazione provata. Ecco allora che compaiono i tentativi per recuperare la relazione, per “riattivare” in qualche modo lo sguardo partecipe della madre: la bambina cerca di riparare il fallimento nella relazione.

E se il bambino non dovesse riuscire a riparare quella frattura relazionale, quella incomprensione?

Se questa condizione di non sintonia tra l’emozione materna e quella del bambino si ripete con frequenza e per un periodo prolungato il bambino sperimenterà l’impotenza e la frustrazione per il fatto di non riuscire ad entrare in relazione con la madre e rimarrà solo con i suoi stati emotivi intensi e confusi.
È proprio l’impossibilità di riparare i fallimenti comunicativi a costituire un fattore di rischio per lo sviluppo del bambino; infatti quando il bambino o la madre, o meglio bambino e madre insieme, riescono a riparare la relazione, allora si ritorna a poter investire su questa.
Se invece ciò non accade e si prolunga nei mesi una forte dissintonia emotiva, il rischio è un ritiro profondo del bambino, che preferirà usare meccanismi autoconsolatori: le tante e confuse sensazioni che prova dentro di sé non potranno trovare espressione, comprensione e contenimento nel mondo esterno e quindi tenderà a rivolgersi solo a se stesso.

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Diventare grandi anche con i no!

DIVENTARE GRANDI (ANCHE) CON I NO

Quale genitore non conosce la famigerata “età dei capricci”? I bambini diventano più capricciosi, si oppongono, imparano a dire “no” e sembrano voler sfidare il genitore in ogni occasione.

Ma perché i bambini iniziano a fare i capricci?

Intorno ai due anni il bambino conosce un’esplosione di vitalità e di curiosità: si apre ad un incontro amoroso con il mondo e diventa in genere molto attivo, esigente e impulsivo. Rispondendo con dei “NO” agli inviti e alle richieste dei genitori, per la prima volta afferma la propria volontà, afferma il proprio “io”, e così quella opposizione ha un significato evolutivo importantissimo. Stiamo parlando dell’inizio di quel delicato processo che è la costruzione della propria identità. Per percepire un senso del Sé, il bambino ha bisogno di sentirsi innanzitutto separato da mamma e papà, e cosa c’è di meglio di un bel “no” per dichiarare ai genitori e a se stesso che lui ha idee diverse, lui è diverso da mamma e papà?

Cosa deve fare il genitore?

Partendo dal presupposto che una certa oppositività in questi anni è del tutto normale, anzi sana, il genitore non può tuttavia evitare di interrogarsi sul comportamento capriccioso o oppositivo del figlio. Infatti, se un bambino piagnucola, urla o ha un comportamento fastidioso ci sta comunicando qualcosa. Non è ancora in grado di comprendere pienamente quali emozioni lo stanno attraversando né tantomeno è in grado di esprimere a parole il suo disagio. Spetta a noi adulti dare parola alle sue sensazioni confuse. Solitamente quando questi comportamenti si manifestano in pubblico (per esempio al supermercato o in un ristorante) il genitore si imbarazza, si sente osservato e giudicato. Si è anche tentati di pensare che il proprio figlio “lo stia facendo apposta”. Focalizzandosi sulle emozioni del bambino si potrebbe scoprire che si è annoiato, o che desiderava sentirsi grande e aiutare la mamma a fare la spesa, o che gli dà fastidio la lunga attesa al ristorante o la confusione. È molto importante comunicare al bambino ciò che avete ipotizzato sul suo comportamento: “Lo so, sei stanco e vorresti andare a casa”, “Ti dà fastidio qualcosa? La confusione?”, ecc.

Una volta compreso e verbalizzato il significato sottostante il capriccio, il bambino si sentirà innanzitutto capito e il senso di frustrazione per l’incapacità di comunicare svanirà; poi il genitore potrà decidere, con più libertà e tranquillità, se soddisfare la sua richiesta (concludere in fretta la spesa, fargli prendere le cose dagli scaffali) oppure no, o proporgli attività coinvolgenti (“facciamo un disegno intanto che aspettiamo la pizza”, “aiutami tu a fare la spesa”).

Al contrario, se non si comprendono i veri significati dei capricci e dei “no” del bambino si rischia di innescare un’escalation di frustrazione e rabbia che può portare alla rovina del rapporto.

Che significato ha allora il “no” del genitore?

Il “no” del genitore, che può inizialmente irritare il bambino, contribuisce in realtà a fargli prendere coscienza dell’esistenza di persone altre da sé, con propri desideri e volontà. Inoltre contribuisce a farlo sentire protetto, sicuro e gli insegna ad affrontare le regole e i limiti della realtà.

I bambini hanno bisogno di avere al proprio fianco adulti autorevoli e coerenti. Ricordiamo che i bambini amano la prevedibilità: preferiscono quindi un esito prevedibile e fermo, anche se non è quello desiderato, ad un “forse” che li fa precipitare in un’angosciante alternanza di speranza e delusione (“mi dispiace, ma oggi non possiamo proprio andare al parco”, “mi dispiace tu debba smettere di giocare, ma è importante che tu venga a mangiare insieme a noi”).

Ricordiamo che fino a qualche mese prima il bambino vedeva soddisfatti praticamente tutti i suoi desideri: piangeva e come per magia arrivava il latte, piagnucolava e qualcuno lo cullava, strillava e qualcuno lo puliva. Per i bambini piccoli è normale pensarsi un tutt’uno con la madre o con chi si prende cura di loro e fantasticare che siano loro stessi ad esaudire come per magia i loro desideri. Con i primi “no”, “aspetta”, “quello non si fa” i genitori si propongono ai figli come persone diverse, portatrici di desideri e bisogni propri. Accettare ciò non è facile, ma è un passaggio obbligato per poter entrare in relazione con l’altro. Solo quando si é separati c’è relazione, c’è comunicazione.

Inoltre se da un lato il bambino può percepire i limiti come delle fastidiose restrizioni, dall’altro percepisce anche un senso di protezione e di cura. Se il piccolo sente i genitori deboli o facilmente sgretolabili dal suono delle sue urla, percepirà anche un senso di insicurezza e di non protezione. Potremmo dire che il bambino sferra attacchi sempre più forti per poter essere sicuro che il genitore lo proteggerà dai pericoli (“non prendere il coltello perchè rischi di farti male”) e resisterà alla sua aggressività.

Amare un bambino non significa fargli fare tutto quello che vuole. Se il bambino vede assecondata ogni sua richiesta (dal dormire nel lettone, al mangiare per terra, a fare il bagno quando e come vuole lui) si sentirà onnipotente e inizierà a credere che il mondo ruoti attorno a lui. Il senso di onnipotenza lo farà sentire forte e invincibile, ma non lo metterà al riparo dai pericoli e dalle frustrazioni della vita; anzi il piccolo tiranno non farà esperienza di come poter fronteggiare gli inevitabili limiti imposti dalla realtà. Pertanto quei “no” non detti per risparmiare al figlio qualsiasi sofferenza, o per il quieto vivere, si trasformano in un grosso ostacolo alla crescita sana e forte della personalità del bambino. È importante invece dare la possibilità ai figli di sviluppare anche degli strumenti per far fronte alle difficoltà. Usando le parole di Asha Phillips (1999)

“per poter agire con fermezza dovete essere convinte che quello che fate è giusto; altrimenti trasmettete la vostra incertezza e il bambino riceve un messaggio confuso. Potrebbe pensare che se insiste e fa i capricci finirete per cedere.”

Il senso del limite, l’esistenza delle regole, la necessità dei confini concorrono a giocare una sfida evolutiva fondamentale.

Non sono facili i cosiddetti “terribili due anni”, ma occorre tenere a mente che il bambino sta affrontando una sfida evolutiva importante. Bisogna aiutarlo a gettare le basi per la crescita di un’identità sicura e forte. Con fermezza e dolcezza, il genitore deve contenere e comprendere il vulcano di emozioni e di sensazioni che sta esplodendo dentro di lui e ricordare che senza tutta questa forza ed energia non avrebbe la possibilità di aprirsi al mondo, di relazionarsi con gli altri e di imparare così tanto.

“È questa la grande sfida che devono affrontare i genitori: coltivare nei figli la passione e il coinvolgimento nel mondo e al tempo stesso insegnar loro ad adattarsi alle regole della società.” (Asha Phillips)

Il peso del silenzio

IL PESO DEL SILENZIO 

“È troppo piccolo per dirglielo”, “Non voglio che soffra quanto ho sofferto io”.

Sono frasi che qualsiasi mamma potrebbe dire, pensando di proteggere il proprio figlio. Ma siamo sicuri che sia la cosa giusta? Chiediamoci che effetto ha questo comportamento su un bambino.

Nella vita di una persona accadono talvolta eventi dolorosi e difficili da accettare che possono rimanere irrisolti, diventando così questioni emotivamente importanti. Se, nel corso degli anni, non si ha la possibilità di  analizzare tali eventi e di integrarli nella propria personale storia, essi possono condizionare il modo di rapportarsi alle situazioni e agli altri.

Non parlandone, ci si illude di non trasmettere alle persone care, in particolare ai bambini, eventi tristemente significativi del proprio passato. Tacendo, si crede di tenere sotto controllo e di arginare i possibili danni di un trauma, ma quello che si fatica a credere è che questo continua ad essere presente e attivo nel mondo delle emozioni. Il trauma parla nel silenzio.

Sono situazioni in cui il bambino percepisce che la propria madre è in ansia o è preoccupata, nonostante faccia di tutto per negarlo (anche a se stessa). E il bambino sente di non potersi fidare completamente; penserà: “se la mamma non è serena è una situazione da temere”. Ma il punto sta nella domanda che successivamente il bambino si pone spontaneamente: “Perché?”. E il bambino non ha risposta a questa domanda perché la mamma gli ha taciuto, in apparenza per amore, parti significative della storia personale e familiare. Ed ecco che il circolo vizioso è innescato: la stessa situazione che la mamma ha temuto da piccola ora è temuta anche dal figlio, ma al figlio è negata la possibilità di rintracciare l’origine di tutto ciò. Sarà confuso e disorientato rispetto alle sue emozioni.

Quello di cui spesso non ci si rende conto è che nascondere fatti dolorosi ai propri figli non è un modo per proteggerli, ma è un modo per esporli molto di più ad una futura sofferenza e insicurezza.

Un bambino è capace di accettare una realtà, pur dolorosa, se gli viene rivelata in modo rispettoso e accogliente verso i suoi sentimenti con un linguaggio consono alla sua età. L’importante è che non venga lasciato da solo ad affrontare mostri più grandi di lui. È proprio l’essere lasciato emotivamente da solo che lo disorienta e lo fa stare male.

Ovviamente la capacità dei genitori di comunicare ai figli in modo appropriato fatti dolorosi e ancora vivi nei propri ricordi ha un grande e non scontato presupposto alla base: l’adulto deve essere riuscito ad affrontare il proprio “trauma” in modo da non negarlo a se stesso. La comunicazione al figlio, che rimane comunque dolorosa e difficile,  è possibile solo se il genitore ha chiaro cosa e quali sentimenti sta comunicando.